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Articoli e Ricerche
UNIVERSITA' UNIPSS
di Giovanni Sabatino, sociologo e ricercatore in materia di criminalità organizzata
Quello della sicurezza è uno dei problemi più avvertiti nella popolazione e dibattuti nell’agenda politica.
La centralità e complessità dello stesso si percepisce dal fatto che su di esso si avvitano sovente questioni che sviluppano successivamente in ambiti diversi. La sicurezza è in questo modo confronto politico acceso, spesso spigoloso, che pone le varie compagini in posizioni differenti, al punto che alcuni partiti, dovendosi necessariamente basare per motivi di identità ed esistenza sulla biografia del proprio leader, tentano di far passare l’attenzione alla medesima come il software del proprio statuto culturale.
Pertanto, pur se da posizioni contrastanti, nessuno è contrario ad aumentare la sicurezza, anzi,ritengono di avere la formula per farlo.
Tuttavia, secondo le ricerche di settore, il senso di sicurezza percepito dai cittadini scende così costantemente che il timore per l’incolumità propria e dei propri cari, insieme alla paura di non trovare e/o perdere un’attività lavorativa stabile, è in testa alla preoccupazione degli italiani. Paradossale per un paese che vanta il maggior numero di forze di polizia sia in termini di organici che di corpi presenti.
Com’è possibile? E’ possibile. E spiegheremo il perché. La sicurezza è prima di tutto una sensazione. Ed il senso di sicurezza, con la modificazione dei rapporti sociali avvenuta negli ultimi decenni con la globalizzazione, oltre ad interessare il mercato, la produzione e più in generale geopolitica, ha investito anche la dimensione psicologica ed antropologica di ogni singolo cittadino. Il concetto di comunità, inteso come collettivo umano delimitato in un luogo definito e spazialmente localizzato, ha ceduto il passo a quello di comunità di massa, accorciando tempi e spazi e rarefacendo le interazione face to face.
Di fatto, anche quando non si verifica fisicamente, vive insieme a persone provenienti da paesi lontani, che offrono la propria prestazione d’opera a prezzi più bassi, con linguaggi, culture e tradizioni diverse, e, più di ogni altra cosa, dove il morbo intellettuale della diffidenza permea la quotidianità.
L’insicurezza cresce perché il sociale viene concepito come il luogo organizzato del mercato e degli scambi transnazionali, delle tecnologie e delle grandi strategie che evidenziano la complessità delle strutture che presiedono a tutto ciò, così sentire il singolo impotente. A questo si aggiunge la mancanza di prospettive per il futuro, con i genitori che non avendo più fiducia nell’investimento scolastico dei propri figli, si preparano a divenirne gli ammortizzatori sociali; mentre gli stessi figli, percependo valore della loro potenziale futura professionalità inflazionata dalla concorrenza al ribasso di coetanei provenienti da vari paesi del mondo, da multinazionali che delocalizzano eun mondo del lavoro che precarizza, hanno già cassaintegrato energie e sogni, maturando frustrazioni, delusioni e scetticismo, prima di affacciarsi a qualsiasi professione.
Il tutto mentre la politica, nel frattempo, fingendo di ignorare che i fenomeni delinquenziali sono – nel senso più durkhemiano possibile – normali, cioè naturalmente incardinati nei contesti umani organizzati, fa lievitare, continuando ad affermare di poter estirpare la devianza con decreti legge e/o altro, fermento sociale e la sfiducia nelle istituzioni.
Che fare, allora? La soluzione può essere solo questa: porre al centro dell’azione di governo, a tutti i livelli e tra tutti i livelli, la ricerca di strategie orientate al bene comune come fine, e non come strumento per accrescere potere e consenso.
Ad esempio con l’elaborazione di un concetto a struttura simmetrica, da un lato caratterizzato promozione dal basso, ovvero dal territorio, di politiche economiche e sociali in concetti più ampi, tese a creare un nuovo clima sociale attraversovolti a determinare forme di convivenza accettabili e migliorabili nel tempo; dall’altro con decisioni, in materia di politica giudiziaria, appropriate, calibrate sulle esigenze ed emergenze primarie, scevre ideologismi e stereotipi e, soprattutto, accompagnate dall’azione rapida e risoluta di una magistratura non cronicamente antagonista alla politica. Non è facile. Però, ad esempio, se iniziassimo a non trattare il tema dell’immigrazione all’interno del sicurezza, un nuovo inizio, anche se faticosamente, effettivamente nascere. Ne parleremo prossimamente.
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